Chissà se Tutankhamon mangiava i falafel

Decidiamo di andare a piedi verso la moschea di Al-Azhar attraversando il Cairo di domenica mattina così da riuscire a goderci il tutto senza lo stress del traffico e del caos dei giorni feriali. Mano a mano che camminiamo i negozi, stancamente, iniziano ad aprire perchè la domenica è un giorno semi-festivo e l’apertura è quasi facoltativa. Di tanto in tanto la gente ci ferma e ci chiede di dove siamo. Alla risposta “Italy” la controreplica è sempre la stessa “Ittalia Uno” e viene da chiedersi quando, l’Italia di Leonardo da Vinci, quella di Baggio o Del Piero, o anche quella di mafia e pizza sia diventata solo “Italia Uno”. Mentre riflettiamo su questo ci accorgiamo che l’abbigliamento degli uomini cambia e i vestiti occidentali che è normale trovare nel centro del Cairo sono sostituiti progressivamente ma inesorabilmente dalla più naturale tunica nella quale gli uomini, si vede, si sentono a loro agio. Ce ne sono di tutti i tipi, di queste tuniche, e sebbene la loro semplicità sia un must, non si fa difficoltà a capire il ceto di chi la indossa.

Le strade sono così dissestate da non riuscire a trovare le parole per descriverle. Per entrare nei negozi si deve camminare su piccoli “ponti” improvvisati fatti con una semplice asse sopra buche profonde anche un paio di metri, tubi e cavi in acciaio sono lungo questi fossi e finirci contro o sopra è un attimo e se non fosse che l’hai già fatto decine e decine di volte ti chiederesti “ti immagini dalle nostre parti?“. Pranziamo in una friggitoria assaggiando praticamente tutto in un tripudio di sapori e portate. Satolli, continuiamo la nostra camminata passando il mercato dei tessuti per finire nel mercato alimentare dove ci soffermiamo per un paio di tè e per osservare i colori e il modo di vivere che comunque qui sono sempre ammantati di quella polvere sottile che altro non è che la sabbia del deserto che vola ovunque. Saliamo sui minareti di Bab-Zuweila fin dove ci è possibile arrivare, per osservare questa parte del Cairo da una angolazione diversa. La Cittadella invece la troviamo già chiusa, è tardi abbiamo camminato almeno 8 ore, i piedi gridano vendetta. In ostello manca l’acqua e dobbiamo aspettare per levarci la sabbia da dosso. Puntiamo verso una specie di fast food locale dove ci prendiamo lo shawerna di pollo (quello che noi chiamiamo kebab) e dove un signore del posto mi offre un ottimo panino col Tahamia, il nome che qui danno al falafel, dopo il quale ne prendiamo altri due e poi due ancora. Quando è l’ora del tè, lo ordiniamo dimenticandoci di chiedere “koshari” (tipico, locale) e ci servono del The Lipton, che con tutto il rispetto non è paragonabile a quello egiziano che è in polvere e che viene buttato nel bicchiere prima dell’acqua calda e che si deve lasciare sedimentare un attimo prima di bere facendo attenzione a lasciarlo nel fondo del bicchiere stesso senza ingurgitarlo. L’inserviente che crede solo che voglia il tè in polvere prende le bustine e le rompe lasciando sedimentare il Lipton dul fondo. Va bene così! Andiamo a letto.

Ci alziamo di buon ora per affrontare il museo egizio a cui la Lonely Planet suggerisce di dedicare una intera giornata. Riuscire ad entrare non è semplice, le comitive credono di avere l’esclusiva del tutto e per ogni centimetro guadagnato c’è da battagliare. L’impressione che si ha, una volta superata la soglia è che la mole di reperti sia così abnorme che non sanno dove metterli e hanno difficoltà anche a scegliere cosa esporre e cosa archiviare. Da tutte queste migliaia di reperti salta agli occhi come qualcosa di una categoria decisamente superiore la sala di Tutankhamon dove la maschera vista decine di volte in TV è li, davanti a te, bellissima e dove ci sono anche i due sarcofaghi e numerosi altri reperti trovati nella sua tomba. A dispetto di quanto previsto dalla Lonely Planet dopo poco più di 3 ore siamo fuori, di nuovo nel mondo reale. Ci facciamo un sontuoso spuntino con la pizza egiziana fatta di pasta sfoglia e carica di tutto dalle uova alle olive, dalla carne al peperone e peperoncino come se piovesse.

Decidiamo quindi di puntare sulla Cittadella di Saladino dove spicca la meravigliosa Moschea di Muhammed-Ali e dove una volta dentro decidiamo seppure non convinti di visitare il Museo Militare che purtroppo è a percorso obbligato e che quindi seppure a velocità decisamente sostenuta ci dobbiamo sciroppare fino alla fine. Continuiamo la saga degli spuntini con falafel e patatine fritte che assaporiamo misti allo smog del centro del Cairo dell’ora di punta. Decidiamo un nuovo stop-and-go dalla parrucchiera per shampoo e asciugatura. Qui siamo in un quartiere veramente fuori mano le strade non sono neanche asfaltate e Lui dentro, almeno all’inizio, neanche lo fanno entrare, lo lasciano a sedere fuori. Poi, dopo una decina di minuti, con tutte le donne che si sono coperte il capo lo invitano ad entrare e lo fanno sedere dietro una tenda di velluto che probabilmente ciondola li dal primo dopoguerra. Un altra grande giornata.

L’ultimo di questi quattro giorni al Cairo andiamo verso il quartiere Copto, un piccolo ghetto nella parte sud-est del Cairo, sbarrato da blocchi di cemento su tutti i lati, pieno di polizia dell’anti-terrorismo che sembra di essere all’ambasciata americana e dove ogni mossa viene vista con sospetto. Non dev’essere facile la vita per un cristiano o un ebreo da queste parti. In poche centinaia di metri si possono trovare 4 chiese (3 ortodosse e una cattolica) e una sinagoga. E poi un cimitero dal sapore antico come se cominciassero a scarseggiare anche i morti per questa gente. Ci allontaniamo attraversando un mercato vivissimo per andare fino al fondo del Nilometro, il sistema usato dagli egizi, tramite la misurazione del livello del Nilo, per stabilire se si sarebbe trattato di una buona o di una cattiva annata per i raccolti. Ceniamo di nuovo a falafel prima di imbarcarci sul Nefertiti il treno standard (anche se ci è toccata la 1a classe) che ci dovrà portare in 14 ore ad Assuan. Ma questa è un’altra storia.