GIORNO 155 – Ciao ciao Cina

L’ultimo periodo in Cina inizia da una delle nostre roccaforti: Chengdu.

Ci torniamo per la terza volta con la scusa che non eravamo ancora stati a vedere il Budda Gigante di Leshan. Si tratta della più grande statua in pietra di Budda del mondo, alta 71 metri, che da 1300 anni se ne sta pacificamente seduto col compito di calmare le irruente acque dei tre fiumi che gli lambiscono i piedi. A vederlo da sopra è grandissimo ma non si riesce  a vederlo tutto. Se poi si scendono le ripide scale che portano fino ai piedi per ammirarlo nella sua totale enormità (l’unghia più piccola è grande più di un uomo medio) si ha proprio la sensazione della formica davanti all’elefante.

Ripartiamo per lo Yunnan, la terra di confine per eccellenza di tutta la Cina: Tibet a Nord Ovest, Birmania a Ovest, Laos e Vietnam a Sud oltre a tre province Cinesi. Le contaminazioni culturali sono all’ordine del giorno ed è un bel vedere. Ci fermiamo a Kunming, la capitale, durante un fine settimana assolato e ci godiamo lo spettacolo dello struscio domenicale intorno al Lago Verde, piccola perla in cui si danza e si canta senza un perché né uno scopo, in cui si mangia di tutto e ci si diverte sia sull’acqua che intorno ad essa e dove, per sfruttare il gran passaggio, in un’area predisposta, stanno le (tantissime) affissioni, le fotografie e i parenti delle persone scomparse come in un grande “Chi l’ha visto”. Dal vivo.

Poi è la volta di Lijiang. La città vecchia, con le strade fatte di ciottoli e le sue case traballanti in legno ci accoglie deserta e deliziosa alla primissime luci dell’alba. La temperatura è decisamente fresca, siamo solo un paio di gradi sopra lo zero. La camera in cui ci sistemiamo, oltre a non avere nessun tipo di attrezzatura per riscaldarla, ha infissi troppo leggeri e gli spifferi sembrano far parte della dotazione di serie. Ci consoliamo con la coperta elettrica che i gentilissimi gestori della guesthouse ci forniscono. Una volta che la giornata entra nel vivo il piccolo splendore di Lijiang non scompare, ma viene appannato dal fatto che tutto è negozio di souvenir o bar o ristorante. Non ci sono abitazioni, non c’è vita vera, è come un grande parco a tema delle dimensioni di una cittadina. Fortunatamente siamo nel periodo di bassissima stagione per cui le strade si possono girellare senza spinte e le orde di turisti in comitiva sono in un numero ancora gestibile. Oltre alle stradine strette e alle case poco stabili Lijiang è attraversata da una serie di canali e si pone di fronte ad una bellissima montagna con i ghiacciai perenni in un quadretto da cartolina. Ci avviamo verso il parco del Lago del Drago Nero e quando arriviamo ci troviamo la sorpresa: il solito esagerato biglietto di ingresso. Ma stavolta oltre a rifiutarci di pagare, come due novelle Giovani Marmotte, ci intrufoliamo tra i cespugli, guadiamo un ruscello e alla fine riusciamo ad entrare alla “portoghese”.

Lasciamo Lijiang e ci spostiamo un po’ più a Sud, a Dali, quasi 2000 metri sul livello del mare chiusa a panino tra il grande Lago Erhai e le Montagne Verdi (ti ricordi?) che arrivano a 4000 metri. Qui la temperatura è ancora più fresca, la notte si va sotto zero, ma anche qui c’è solo la coperta elettrica, anche se nel cortile della guesthouse, dopo il tramonto, brucia ininterrottamente un bel falò. Dali, centro della cultura Bai, l’etnia più numerosa della zona, ha un fascino che impiega un attimo per essere apprezzato. A differenza di Lijiang, qui i locali abitano e vivono la zona centrale e vecchia. Ci sono, è vero, strade dedicate al turismo (souvenir e bar in primis) ma l’impressione generale è quella di un piccolo paese con un’architettura tutta sua che continua a vivere gli strascichi di un’era che non esiste più. Dali si contraddistingue anche per il cibo. Qui infatti ogni luogo dove si mangia espone in frigoriferi fatti a vetrina oppure, più semplicemente su pancali posti all’ingresso, il cibo a disposizione, sia verdure che carni. Mangiare è semplice non c’è menu, si scelgono gli ingredienti (o si indicano), si tratta il prezzo e tempo qualche minuto hai nel piatto la tua “creazione“. Da queste parti si coltiva, si apprezza e si gusta il caffè ed è una goduria riassaporarlo dopo tanto tempo, fatto nella moka da gente che lo beve nello stesso modo.

Torniamo a Kunming, giusto il tempo di acquistare un biglietto per l’autobus notturno per JingHong l’ultima città prima del Laos. JingHong ha quella strana atmosfera delle città di confine (anche se la frontiera è diversi chilometri più a Sud) in cui le due nazioni si fondono fino a creare un qualcosa di unico e irripetibile sia nell’architettura che nel cibo che nella lingua. Il Mekong, che abbiamo incontrato qui e che vorremmo seguire fino al delta e il clima meraviglioso che ci ha permesso di accantonare giubbotti e felpe (previa rigenerante lavatrice) e di uscire di nuovo in mezze maniche fanno di JingHong un posto che ricorderemo con vero piacere.

Tre mesi fa, oltrepassando il passo Torugart che la divide dal Kirghizistan, entravamo in Cina. In questo tempo l’abbiamo girata in lungo e in largo, abbiamo goduto delle sue bellezze, sudato del suo Sole e battuto i denti di fronte alle sue temperature rigide, abbiamo toccato fiumi, laghi e mari, scalato montagne e attraversato deserti e città gigantesche. Abbiamo lottato fino allo sfinimento per farci capire e per richiedere un minimo di flessibilità mentale, ma siamo anche stati aiutati con la gentilezza che viene direttamente dal cuore e supera le barriere linguistiche e culturali. Abbiamo dovuto lottare quasi quotidianamente col “Great Firewall”, il braccio armato della censura cinese, che intercetta e blocca le comunicazioni internet non gradite come Facebook, Twitter e molto molto altro. Abbiamo ricevuto ed imparato tanto e speriamo di aver lasciato anche noi qualcosa. Ma ora è tempo di nuove terre e di nuove sfide, è tempo del Sud Est Asiatico, è tempo di Laos.

Ciao ciao Cina!