GIORNO 163 – Il cielo è sempre più blu

Attraversare il confine ed entrare in Laos è questione di un attimo, facciamo il visto alla frontiera, un timbro e via. La vegetazione è la stessa di qualche chilometro prima, verde da far paura e così rigogliosa da dare la sensazione del tutto esaurito. Eppure si avverte, si sente, si capisce che tutto è cambiato. Le case isolate e i piccoli villaggi adesso sono costruiti in legno o in bamboo, sono palafitte sostenute da 4 o 6 tronchi che le rialzano da terra e lasciano sotto il posto per la legna. Siamo in Laos, pochi chilometri di distanza e sembra un altro pianeta.

Più andiamo avanti più la vegetazione diventa fitta e il verde onnipresente. Ci sono alberi così grandi che sembrano frutto della fantasia. E poi distese senza fine di banani e di riso. E non si vede un trattore né un qualunque mezzo a motore, solo contadini a piedi con gli attrezzi in mano.

La nostra prima tappa è Luang Nam Tha, il capoluogo della omonima provincia, un villaggio lievemente più grosso degli altri. Arriviamo quasi al tramonto e ci sistemiamo in una piccola guesthouse il cui gestore è tutto un “yes, no problem” e sorriso ininterrotto, ma è sincero e ci aiuta senza risparmiarsi. Ci catapultiamo, affamati, al mercato notturno e ceniamo con un galletto tagliato a pezzetti e servito in un “cartoccio“ fatto con una foglia di banana e poi una buonissima “pappa” di alcune erbe e piante col riso appiccicoso tipico di queste zone che si stacca e si morde come se fosse pane e si può intingere nelle salse con le mani. Il paese tira giù i bandoni molto presto e non ci facciamo pregare.

Sono i tanti galli della zona a svegliarci. Ci prepariamo subito perché ci aspetta un’altro lungo trasferimento. Saliamo su un pulmino da 19 posti. Siamo in 33. I bagagli sono sul tetto insieme ad alcune bombole di gas. Si parte. La strada taglia a metà la giungla, bellissima. Si vedono ragnatele grosse come quadri che sembrano preparare l’ingresso ad una delle gallerie più belle del mondo. Là dentro ci sono anche le tigri. Dopo un paio d’ore ci dobbiamo fermare, il radiatore fuma. Siamo nei pressi di un torrente, si scende all’acqua, si riempiono secchi e si tirano sul davanti del mezzo per raffreddare. Dopo molte secchiate la temperatura scende e si riparte. Ma ecco che fatte poche decine di chilometri il motore si spegne in un singulto e inizia a fumare e puzzare di bruciato. Manca l’olio, oltre all’acqua. Siamo fermi in salita e in curva. Con estrema calma l’autista telefona e organizza i “soccorsi”. Dopo un po’ due piccoli minivan vengono a caricarci e ci portano a Huay Xay. Di là dal Mekong, a 100 metri, c’è la Thailandia. Ma noi siamo qui per ricongiungerci al fiume. Ceniamo nella pace più totale, il Mekong, illuminato dal primo spicchio di luna, scorre silenzioso sotto di noi. Tutto è a dimensione d’uomo e sembra proprio di far parte di questo qualcosa.

La meta successiva è Luang Prabang, uno dei “gioielli della corona” del Laos. Scegliamo la slow-boat, la barca lenta, che in due giorni sul Mekong con tappa notturna a Pak Beng ci dovrebbe portare a destinazione. La barca, lunghissima e piuttosto stretta, ha circa settanta posti. Siamo oltre cento. Molti, i ritardatari, siedono accanto al rumorosissimo motore in una situazione quasi infernale. Le ore per noi passano lente sul fiume marrone, i minuscoli villaggi fatti di palafitte appaiono di tanto in tanto vicino alla riva o un po’ più nascosti nel verde. La barca si ferma sulle piccole spiagge, qualcuno sale, qualcuno scende e svanisce nella giungla per raggiungere, chissà dove, la propria gente. A volte orde di bambini sulle spiagge appaiono d’incanto e festeggiano l’arrivo della barca. Al tramonto del secondo giorno attracchiamo a Luang Prabang. Ci sistemiamo in una minuscola guesthouse posta in un vicolo largo quanto una persona o poco più.

Luang Prabang vanta una serie di bellissimi templi la cui vista, mentre vengono illuminati da questo sole orgoglioso e sotto questo cielo azzurro, toglie il fiato. A questo si aggiunge l’arancione vivace della tonaca dei monaci buddisti che li affollano e il quadretto, delizioso, è completo.

La sera, qui come un po’ ovunque in queste zone, sboccia il mercato notturno, cupo e nascosto, ma in cui con l’equivalente di un euro si mangia benissimo e fino a sazietà, riempiendosi i piatti da variegatissimi buffet oltre a pollo, maiale e salsicce alla brace e all’immancabile e onnipresente birra BeerLao, il simbolo commerciale per eccellenza di questa piccola nazione.

La temperatura durante il giorno è già arrivata ai 30 gradi (e continuerà a salire). Decidiamo di passare una giornata alle straordinarie cascate di Kuang Si. L’acqua è decisamente fresca e la giungla che attraversiamo, non senza qualche timore, favorisce l’ombra. E’ il primo bagno di tutto il 2012 e ce lo godiamo estasiati passando dalle cascate alle pozze turchesi.

In Laos il tempo sembra scorrere più piano, come se le lancette incontrassero una qualche forma di resistenza, i battiti del cuore seguono il ritmo beati e la serenità è roba di un istante. La gente è estremamente gentile e calma e, nonostante non abbiano molto da offrire, sono sempre disposti ad aiutare. Il mondo, quello delle autostrade e dei grattacieli, quello del traffico e dei negozi alla moda è lontano anni luce. Non ci sono rumori forti, nessuno grida, il sole splende superbo e il cielo è sempre più blu. Andiamo avanti, in questa splendida terra che ci ha riportato in armonia con l’universo e che in pochi giorni è diventata già una delle nostre preferite.