GIORNO 188 – Serendipity

Salutiamo il Laos godendoci l’alba dalla nostra palafitta sul Mekong e ci dirigiamo verso la Cambogia. Al solito le pratiche sono veloci, il visto si fa al confine e in poco tempo si cambia nazione. La vegetazione resta prorompente senza grossi cambiamenti eccetto l’apparire della palma da zucchero in aggiunta a quella da cocco. Le case restano capanne di legno e bamboo sollevate da terra ma qui, rispetto al Laos, sembra che la presenza della porta sia considerata importante. I rifiuti, che in Laos erano in qualche modo gestiti, qui sono sparsi ovunque e lasciati agli eventi e agli animali, plastica compresa. La moneta, il Riel, è usata in maniera anomala perchè la “vera” moneta, su cui si basano tutte le transazioni e con cui sono espressi tutti i prezzi, ovunque, piccoli mercati compresi, è il dollaro americano a cui il Riel è ancorato nel cambio con un rapporto di 1 a 4000. La gente è gentile come in Laos, nonostante si scorga una traccia di costante tristezza negli occhi dei cambogiani. Due nazioni molto simili Laos e Cambogia, ma allo stesso tempo molto distanti o, come direbbero da queste parti: “Same same, but different”.

Facciamo sosta a Kratie solo per dormire qualche ora (in un loculo senza finestre nè ossigeno) e ripartiamo di nuovo all’alba verso la zona archeologica di Angkor in direzione Siem Reap, il centro turistico cambogiano ed antica capitale del regno Khmer. Optiamo per il biglietto da tre giorni e per la bicicletta nonostante i templi siano in un’area molto vasta, ma ci è sembrata, sotto tutti gli aspetti, la scelta migliore, sebbene decisamente massacrante.

I templi sono moltissimi, non siamo riusciti a visitarli tutti ma ci riteniamo soddisfatti. E grazie ad uno splendido cielo celeste e ad un sole sempre più convinto gli abbiamo ammirati col loro vestito migliore. Ci siamo incantati a guardare le facce a Bayon, l’immensità ad Angkor Wat, la natura che si è riappropriata dei suoi spazi a Ta Prohm e la solitudine e il silenzio a Ta Keo, ma abbiamo ammirato anche i piccoli dettagli e le minuziose incisioni nei templi considerati minori come Preah Neak Poan o Banteay Kdei. Nell’insieme sono stati tre giorni bellissimi con sveglia prima dell’alba, qualche pennichella ristoratrice scroccata sulle amache e tanti tanti chilometri nelle gambe e nell’osso sacro.

Dopo Siem Reap è la volta di Phnom Penh, la capitale, un piccolo mostro dalle tante teste, ognuna con molti lati oscuri. E’ da qui che iniziò, nel ’75, la messa in atto del delirio dei Khmer rossi che in meno di quattro anni uccisero circa tre milioni di cambogiani, quasi un terzo della popolazione. Ed a Phnom Penh ci fermiamo giusto per poter osservare coi nostri occhi e sentire in diretta col nostro cuore sia il carcere speciale di Tuol Sleng che il campo di sterminio di Choeung Ek (uno dei tanti allestiti dagli uomini di Pol Pot) dove i detenuti, rei di accenni di disobbedienza, scarsa partecipazione al progetto o solo per il fatto di essere cittadini o insegnanti o semplicemente impiegati, quindi nemici di una Cambogia completamente rurale, venivano massacrati a bastonate o sgozzati. Quello che resta addosso dopo l’immersione nei crimini dei Khmer rossi, oltre alla tristezza infinita e un nodo alla gola, è la convinzione che un pazzo sanguinario e un’idea malata per compiere un genocidio hanno bisogno di molti complici e di tanti, dentro e fuori la nazione, che fanno finta di non vedere.

A Phnom Penh, ma in generale in tutta la Cambogia, non possiamo non notare la prostituzione dilagante e i tantissimi attempati (spesso occidentali, ma non solo) che si accompagnano a ragazzine poco più che adolescenti, sicuramente minorenni, come se fosse assolutamente normale e come altrettante ragazzine siano parcheggiate nei bar in attesa di diventare, per qualche ora o qualche giorno, la girlfriend di qualcuno col portafogli da sgonfiare.

Ripartiamo in fretta e decidiamo di avvicinarci al Vietnam passando lungo la costa abbandonando per un po‘ il Mekong e puntiamo verso Sihanoukville, “il mare“ in Cambogia. Facciamo il primo bagno del 2013 e scopriamo l’esistenza di Koh Rong, una piccola isola dimenticata anche dalle guide turistiche che pare essere un gioiellino ancora tutto da scoprire. Non senza qualche difficoltà riusciamo ad organizzarci per raggiungerla. La piccola barca di pescatori che ci porta impiega tre ore dopo le quali ci troviamo davanti una visione oltre la nostre migliori aspettative. Un‘isola tropicale dalla forma oblunga con una lunghissima striscia di sabbia bianca come la neve che miagola quando la calpesti, palme, banani e giungla subito dietro, un minuscolo villaggio di pescatori di 70 anime, zero strade, dieci capanne in riva al mare fatte di assi di legno con le pareti in corteccia di albero pronte per essere affittate a prezzi da discount e un mare color smeraldo che non ci credi se non lo vedi. La corrente elettrica è fornita da un generatore per meno di quattro ore al giorno e alla fine non serve a niente. C‘è anche un gabinetto formato da un water in miniatura e da una piccola fontana con sotto un grande secchio con pentolino ad uso doccia. Oltre alle camminate sulla lunga spiaggia bianca e deserta ci concediamo lunghe ore ad ascoltare il rumore del mare, fare quei quattro passi per raggiungerlo, tuffarsi in acqua e asciugarsi al sole alla nostra capanna. Il cibo non è particolarmente vario ma la birra è buona. E la notte le stelle son miliardi. Ma arriva l’ora dei saluti anche per la nostra prima scoperta del 2013, inaspettata e sorprendente. Ci apprestiamo ora a ricongiungerci di nuovo al Mekong e seguirlo fino al delta, fino a vederlo diventare mare.