GIORNO 206 – Vietnam Clacson Band

Passare il confine è semplice anche se non immediato. Paghiamo un dollaro di “corruzione“ per superare il controllo di quarantena ma dobbiamo aspettare a lungo per riavere il passaporto ed entrare in Vietnam, la tredicesima nazione del nostro viaggio.

Il quadro delle nostre prime ore in Vietnam vede una strada a due corsie che scorre lenta e lunghissima, ai bordi della quale si susseguono, senza interruzione, edifici in muratura con casa sopra e negozio sotto. Grandi cartelloni identificano ogni singola attività e sono scritti finalmente in un alfabeto che possiamo leggere. Dietro le case, da entrambi i lati, palme, banani e altri alberi enormi. La strada è incredibilmente affollata di scooter. Guidatori e passeggeri indossano tutti il casco, ma pare che qualche cappello un po‘ più rigido del normale sia sufficiente. Lungo la strada tante chiese coloratissime con enormi statue di Gesù a braccia aperte. Nei giardini e nei parchi, che di tanto in tanto spezzano la sequenza delle case, decine e decine di amache, le stesse che poi si notano anche nelle case, nei ristoranti e, in pratica, ovunque sia possibile metterne una, come se fosse maleducazione non offrire un riposino dondolante all’ospite.

Arriviamo a Can Tho che è già abbondantemente buio e ben prima dell‘alba siamo già sul Mekong, dentro il delta, per goderci i mercati galleggianti e dargli l‘ultimo saluto. Sul fiume le case sono instabili baracche in lamiera ed è impressionante rendersi conto di quante persone vivano non solo sul Mekong ma del Mekong, in una simbiosi totale. La barchetta che abbiamo noleggiato, guidata da una corpulenta signora, ci porta a girellare tra i mercati sull’acqua dove sia chi compra che chi vende è in barca, dove i prodotti sono issati sull’albero per attrarre clienti e le donne sono le regine incontrastate. E dai mercati rumorosi si passa ai silenziosi piccoli canali che sono le strade di questo strano mondo per poi ritornare dove la corrente è più potente e la vita ed il commercio sembrano assorbirne la forza. Una giornata indimenticabile.

Sin dal primo giorno si fanno posto in noi tre convinzioni che nelle settimane diventeranno certezze. La prima è che ci troviamo di fronte ad un popolo tosto mai disposto ad arrendersi, qualunque sia il contesto. La seconda è che non è certo per la cucina che ricorderemo il Vietnam e la terza è che i prezzi per ogni oggetto o consumazione sono, per noi occidentali, sempre triplicati o quadruplicati. Preferiscono perdere l’affare piuttosto che trattarci alla pari e pertanto ci siamo trovati spesso a rinunciare all’acquisto, anche se necessario, cibo compreso.

Dopo il delta, la tappa successiva è Ho Chi Minh City che tutti continuano ancora a chiamare Saigon. Le gigantesche pubblicità degli smartphone di ultima generazione ci danno il benvenuto. Troviamo alloggio in pieno centro in un vicolo largo quanto una persona, dove le abitazioni sono composte da una stanza di due metri per tre con wc a vista e una minuscola scala per la parte soppalcata, in cui si può solo stare sdraiati.

Visitiamo subito il Museo dei Crimini di Guerra che è un cazzotto alla bocca dello stomaco che ti strozza le lacrime in gola. Le nostre mosse successive risentono di queste sensazioni e sono quasi tutte orientate a cercare di vedere e capire la Saigon attuale, tra quartieri residenziali e mercati, cercando di usare i nostri migliori occhi ed intervallando le lunghe camminate con piccole pause sui minuscoli panchetti di plastica rossa a bere il delizioso caffè vietnamita (in assoluto il più buono di tutti, fino ad oggi).

Dopo Saigon la strada è una sola, le solite due corsie, costellata di paesini e che in circa duemila lentissimi chilometri risale verso Nord, verso Hanoi. Spezziamo il lungo viaggio in piccole tappe. Ci fermiamo dapprima a Mui Ne, qualche anno fa patria dei surfisti e ora feudo russo con menù in cirillico, prezzi adattati all’abbondanza di rubli e ormai abituata alla volgarità di cui i russi e le russe sono eccellenti portatori. Ci procuriamo un motorino e ce ne andiamo a cercare le enormi dune bianche lungo la costa osservando le grandi onde orfane delle tavole.

Dopo Mui Ne ci fermiamo a Nha Trang, terra di villeggiatura e di resort tutti lussi e lustrini. Ci rifugiamo sott’acqua nelle isolette subito al largo della città e poi via verso Hoi An una piccola chicca, una cittadina alla foce del fiume Han carica di antiche case giapponesi e templi taoisti. Per la gestione del patrimonio sembra proprio che abbiano preso lezioni dai cinesi: lanterne rosse, i soliti tre negozi di souvenir replicati all’infinito e biglietti di ingresso un po’ ovunque. Da navigati esperti del “come se fosse antani” riusciamo ad intrufolarci in un paio di templi senza biglietto prima di levare le tende verso Hue, capitale del Vietnam unificato fino al 1945, in cui l’attrazione millantata è la Cittadella con la Città Proibita, dimora dell’Imperatore. Ma è una sosta veloce, l‘ultima prima di Hanoi, la capitale, dove, con nostra sorpresa, ritroviamo l’autunno e dobbiamo recuperare dal fondo dello zaino felpa e giacca a vento. La vitalità della città è palpabile ed è quella tipica delle metropoli asiatiche di cui è chiaro e lampante riassunto, con marciapiedi impraticabili, barbieri e venditori vari che operano un po’ ovunque, matasse informi di cavi telefonici che pendono sulla strada, guidatori di tuk-tuk, moto e risciò pronti ad ogni angolo, strade sempre intasate con sottofondo perenne di clacson e tripudio di odori e fragranze. Discorso a parte per la zona del mausoleo di Ho Chi Minh, pulita, silenziosa e ordinata, dove la sua salma imbalsamata è venerata e protetta oltre l’immaginabile.

I passaporti sono di nuovo pronti e il Vietnam sarà presto un’altra nazione lungo la strada. Ricorderemo gli scooter, i clacson, la strana e gustosa bia hoi (la birra “alla spina” presa direttamente dai fusti) e il sorriso sincero di quei vietnamiti che ci hanno fatto sentire a nostro agio.