GIORNO 219 – Terza classe per il paradiso

Dopo il Vietnam decidiamo di attraversare il nord del Laos per dirigerci poi verso la Thailandia. Da Hanoi c’è un autobus che, in circa 30 ore, porta fino a Luang Prabang. Compriamo il biglietto fino a Phonsavan, la prima città in terra laotiana, 150 chilometri dopo il confine. Quando arriviamo alla stazione degli autobus, la sorpresa. L’autobus è già strapieno e non ci vogliono far montare, nonostante il biglietto. Ci fanno capire, a gesti, che dovremo stare seduti perché i posti per dormire son già tutti presi. E’ l’ultima delle sorprese (negative) del Vietnam. Non ci abbattiamo, la voglia di andarcene vince su tutto. Montiamo sull’autobus. Rialzate 80-90 centimetri dal pavimento ci sono due file di sedie reclinabili (che sono i letti), tutte abbondantemente occupate. Sotto questo piano, nel buio più totale, un carnaio indistinto, una specie di terza classe dell’era moderna. Accatastati in maniera causale ci sono almeno altre 40 persone, di cui si intravedono le teste e qualche gamba. L’odore acre dei piedi ammorba l’aria. Una serie di canzoni pop locali suonate da vari telefonini si accavallano e rendono il tutto ancora più surreale. E’ su questo pavimento che dobbiamo trovare spazio, facendoci largo fra i corpi. Col nostro “sorriso per difenderci”, unici occidentali, otteniamo dai laotiani sparsi sul pavimento, un po’ di posto che, col passare delle ore, con qualche racconto e due risate, riusciamo a far diventare un minuscolo giaciglio. Ci incastriamo in posizione ultra-fetale, come pezzi di un puzzle. Siamo avvolti dal fetore dei piedi che non lascia scampo. Vinti dalla stanchezza e dalla rassegnazione riusciamo a dormire di tanto in tanto, nonostante ci si mettano anche le continue buche sulla strada, che la mancanza di ammortizzatori enfatizza oltre misura. All’alba siamo al punto di frontiera. Sono passate tredici ore e l’autobus non ha mai fatto una sosta neanche di cinque minuti. Un carro bestiame. Siamo in montagna, l’aria è frizzante e la nebbia fittissima tinge tutto di bianco. Scendiamo e facciamo fatica a ritrovare l’uso delle gambe e della schiena, ma ci concediamo subito una meritata e ormai improrogabile pisciata nel campo lungo la strada. Alle 7 la frontiera inizia ad animarsi di soldati, si può cominciare a passare. Le autorità vietnamite ci danno la precedenza e ci timbrano subito il passaporto. Usciamo e ci dirigiamo a piedi sul lato laotiano del confine, in cima alla salita. Dobbiamo fare il visto e farcelo timbrare prima che l’autobus ripassi e se ne vada senza di noi. Ce la facciamo agevolmente. Ci mancano le ultime ore, sono forse le più lunghe, piene di curve in continui saliscendi. Sale la nausea perché oltretutto è ormai un giorno che non mangiamo. E infine arriviamo a Phonsavan. Scendiamo dall’autobus sudici lerci, puzzolenti e con le ossa rotte. E’ stato senza dubbio uno dei trasferimenti più scomodi che abbiamo mai fatto, ma è anche l’ennesima prova che siamo riusciti a superare e di cui parleremo con orgoglio in futuro dicendoci “ma ti ricordi quella volta che …”. Recuperiamo i nostri zaini impolverati e cerchiamo una guesthouse a cui diciamo solo due parole: doccia e lavatrice.

Phonsavan è tappa di passaggio per noi, una volta recuperate le forze ripartiamo alla volta di Luang Prabang, nostra vecchia conoscenza, perla sul Mekong da cui siamo ben lieti di dover ripassare prima di dirigerci a Nord, a Muang Ngoi, un piccolo villaggio incastonato tra le montagne e un paio di fiumi e raggiungibile solo con un’ora e mezzo sulle snelle barchette che risalgono a fatica contro corrente. Paese senza strade e senza elettricità in un contesto che ricorda tanto il rifugio del Colonnello Kurtz di Apocalypse Now. Con una mappa, disegnata su un quaderno di scuola dal gestore della guesthouse, ci dedichiamo alla ricerca di villaggi ancora più sperduti. Qui, dove l’acqua corrente è solo al fiume, le case sono solo capanne di bamboo e dove gli animali sono un po’ ovunque, i bambini riescono ancora a sorridere con niente e le donne portano con orgoglio il fardello della comunità. Le persone ci accolgono con il loro delicato saluto “Sabaidee” e un sorriso, non c’è bisogno di rompere il ghiaccio, siamo già ospiti benvenuti e si comunica a gesti. Il giorno del mercato settimanale è come una grande festa, decine e decine di barchette arrivano dai villaggi nascosti dal verde chissà dove lungo il fiume e ognuno porta i suoi piccoli tesori da vendere, strane bacche, erbe, frutta e carne, ma ci sono anche quelli che vengono dalla città a vendere vestiti di seconda mano, tabacco, saponi, chiodi e machete. Ma non sono solo le meravigliose persone di questi luoghi, è anche la natura, è il passarci dentro da soli, accompagnati da nugoli di farfalle coloratissime, osservando grandi ragnatele dalle forme geometriche perfette, guadando fiumi, passando tra i campi di riso e poi attraverso la giungla fittissima che “una volta qui era tutto Napalm” fino a dentro le grotte dove si rifugiavano durante i bombardamenti (tra il 1968 e il 1972 qui è piovuta buona parte dei 2 milioni di tonnellate di ordigni sganciate dagli americani, nel tentativo di arrestare il percorso degli uomini di Ho Chi Minh verso il sud del Vietnam). Mentre esploriamo incappiamo anche nei lavori di costruzione della strada che raggiungerà alcuni di questi villaggi fra non molto. Facciamo fatica a trovare la voglia di ripartire e lasciare questo piccolo paradiso. E una volta a valle, in una serie di velocissime tappe, tocchiamo Udomxay, Luang Nam Tha, fino ad arrivare qui, a Huey Xay, di nuovo sul Mekong che domani sarà il confine che attraverseremo per ritrovarci in Thailandia.