GIORNO 267 – Cocktail Malaysia

Entriamo in Malesia senza saperne molto, per noi adesso rappresenta la strada che seguiremo finché ce n’è, fino a quando ci sarà possibile andare avanti senza volare.

Si viaggia su una bellissima autostrada a tre corsie per senso di marcia, enormi cartelli con le indicazioni, barriere con sistemi di pagamento ultramoderni e tantissime macchine, comprese le utilitarie che non vedevamo da tanti mesi. Ai lati immense distese di palma da olio e di albero della gomma si susseguono ininterrottamente. La nostra prima tappa è Georgetown, sull’isola di Penang, raggiungibile sempre con la stessa autostrada. Sin da subito la Malesia si presenta come un cocktail di razze e religioni, dove Chinatown confina con Little India, dove le donne in nero, di cui si vedono solo gli occhi, si incrociano con ragazzine in pantaloncini succinti, dove nella stessa strada puoi trovare una chiesa, una moschea, un tempio buddista e uno hindu, dove bevi chai all’indiana e mangi noodles e dove gli odori sono quelli tipici dell’Asia: spezie, braci e fogne.

Ripartiamo da Georgetown diretti alla capitale, Kuala Lumpur, sull’autobus più comodo di questi nove mesi e dove è proprio difficile non appisolarsi. Lì ci aspettano le Petronas Twin Towers, fino a qualche anno fa gli edifici più alti del mondo (ora al terzo posto). Oltre a confermarsi il miscuglio di razze e religioni è fortissimo il contrasto fra quartieri in vetro e acciaio e zone che sembrano scarti putrefatti del secolo scorso. Le metropolitane e soprelevate sono senza guidatore. I temporali sono frequentissimi (e spesso violenti) ma passano anche altrettanto velocemente.

Ci spingiamo fino a Singapore, la città giardino. Viaggiamo su una autostrada immersa nella foresta pluviale fino a sbucare nel cuore della City. Siamo solo 1 grado a Nord dell’Equatore, l’equinozio c’è appena stato, il caldo è soffocante e i condizionatori a palla sono l’arma definitiva. Tutte le scritte sono nelle quattro lingue ufficiali: inglese, cinese, malesiano e tamil. Ogni comunità parla la propria lingua per poi confluire nell’inglese asiaticizzato che diventa la lingua di raccordo. Girelliamo Little India e il Distretto Coloniale, curiosiamo per Chinatown per poi sbucare nel cuore finanziario e ultramoderno di questa città-stato: Marina Bay. I grattacieli hanno forme ardite fino all’apoteosi del Marina Bay Sands, un complesso avveniristico di tre grattacieli su cui posa una specie di astronave oblunga che ci coglie impreparati e ci lascia a bocca aperta. E continuando a perlustrare la zona scopriamo i giardini sulla baia. Ci arriviamo che è già buio e una volta entrati è di nuovo stupore. Davanti a noi in mezzo alla foresta, una quindicina di “superalberi”. Sembra di essere sbarcati sopra un pianeta remoto su cui la vita ha preso altre forme. Sono costruzioni alte fino a 50 metri che di notte vengono illuminate dall’interno con luci soffuse e cangianti. Per noi, all’oscuro di tutto questo, l’effetto sorpresa ha giocato un ruolo fondamentale, ed è stato assolutamente emozionante. Ma la strada, la nostra strada, è “senza uscita”, dobbiamo tornare in Malesia e ci dirigiamo a Melaka, una volta grande porto commerciale, perché da qui è possibile prendere un traghetto che ci porterà a Sumatra, in Indonesia. Domani.