GIORNO 301 – Game Over

Con un paio d’ore di traghetto siamo a Dumai, sull’isola di Sumatra, in Indonesia. Siamo in un porto industriale pieno di enormi cisterne e raffinerie. Facciamo notizia: ci stanno tutti intorno e non riusciamo a capire cosa fare. Usciamo fuori e troviamo solo una strada polverosa. Cediamo all’offerta di due motociclisti che si offrono come taxi per portarci al Terminal degli autobus. Dalle nostre postazioni precarie quello che vediamo è un paese dove la miseria è di casa e il tempo sembra fermo da decenni. Al Terminal troviamo solo degli autobus abbandonati, cani randagi e qualche uomo impegnato a dormire. Torniamo sulla strada e montiamo al volo su un minivan diretto a Pekanbaru. Ci arriviamo dopo quasi sei ore e scopriamo che, come a Dumai, non c’è nessun motivo per rimanere. Ripartiamo subito, dopo un veloce spuntino, su un mezzo che ha sicuramente visto giorni migliori. I sedili sono mangiati e i finestrini quasi tutti rotti. L’unica cosa che funziona, purtroppo, è lo stereo che il guidatore mette a volume da stordimento. Chiediamo gentilmente di abbassare un po’, ma veniamo ignorati. Quando l’autobus si ferma, da sotto i sedili escono frotte di scarafaggi che dobbiamo scacciare maldestramente. Appena l’autobus riparte si rintanano di nuovo. Sono otto ore lunghissime durante le quali oltrepassiamo l’Equatore, ma non riusciamo a gustarci il momento.

Arriviamo a Bukittinggi alle 3 di notte e ci sistemiamo nel primo albergo che troviamo. Siamo a 1000m sul livello del mare, l’aria è bella fresca. La zona si presta esclusivamente a tranquille passeggiate durante le quali tutti quelli che incontriamo ci salutano, anche con eccessi di enfasi, e in molti ci chiedono una foto insieme: saremo nei telefonini della zona a lungo. Impieghiamo un paio di giorni per riprenderci e per deciderci al gran passo: lasciare Sumatra e raggiungere Jakarta in autobus.

I rumors dicono che ci possono volere tra le 36 e le 48 ore, nessuno lo sa con esattezza. Sono quasi 1500 Km. Dal finestrino osserviamo baracche e piccole casupole con i tetti di lamiera arrugginita a cui si contrappongono enormi scintillanti moschee. La miseria è ovunque lungo la strada, la desolazione riempie gli spazi. All’inizio di ogni paese l’autobus si ferma per far montare a bordo una serie di ambulanti che provano a vendere le loro mercanzie, principalmente cibo e bevande, e scendono qualche chilometro più avanti. A volte salgono anche improvvisatissimi musicisti con la chitarrina che strimpellano qualcosa prima di passare a raccattare le offerte. Ogni sei ore circa c’è la sosta. L’autobus si ferma in delle aree che forniscono cibo, bevande, gabinetto e piccola moschea per la preghiera. Se vuoi mangiare ti siedi e ti portano un vassoio di riso seguito da una quindicina di piccole ciotole che contengono monoporzioni di tutto quello che c’è da mangiare: sughi vari, pesce, pollo in varie salse, verdure di tutti i tipi. Mangi quello che vuoi e lasci il resto (al cliente successivo), pagando il consumato. Gli insetti che eventualmente si suicidano nel piatto sono gratis. Nessuno parla una parola di inglese, neanche i numeri. Per capire le regole di questi pasti è stato necessario l’uso delle nostre arti drammatiche. Tutto ad un tratto l’autista risale sul mezzo, suona il clacson tre volte ed entro un minuto riparte, non sono ammessi ritardatari. La strada è in condizioni disastrose, malamente rattoppata e congestionata dal traffico dei camion. Solo raramente si riescono a superare i 50 Km/h. Alla fine, comprese le 3 ore di traversata sul traghetto tra Sumatra e Jawa, arriviamo alla capitale dopo 40 ore di viaggio con l’osso sacro che implora pietà. Il viaggio di per sé non è stato male, solo lunghissimo. Lunghissssssimo.

Lo si capisce subito che Jakarta non è pensata per essere apprezzata. Distribuita in maniera più o meno casuale su un’area immensa, basa tutte le sue energie sui collegamenti interni, sperando in questo modo di sopperire alle sue carenze. Tutta la città è attraversata da enormi strade a sei, otto corsie più due, al centro, per la Transjakarta, autobus veloci in funzione metropolitana. I pochi marciapiedi presenti vengono usati dai motorini per scansare il traffico congestionato. Attraversare la strada è considerato sport estremo. La città è un misto di vecchio e nuovo a macchia di leopardo. Sulle lastre di cemento che, di tanto in tanto, coprono le fogne putrescenti, improvvisate bancarelle vendono cibo fritto. La religione, che altrove in questa nazione sembra dettare il ritmo della giornata, appare più defilata anche se gli autobus e i treni hanno zone riservate alle donne. Ce ne andiamo in fretta verso Yogyakarta, il cuore pulsante della cultura Jawanese.

E qui troviamo una città che se ne sta in bilico fra il bisogno di preservare la tradizione e la voglia prepotente di sganciarsi e cercare qualcosa di nuovo. Come ci muoviamo ci ritroviamo inseguiti da procacciatori, tassisti e commercianti, ognuno che millanta il suo miracolo, ognuno con una menzogna più grande dell’altro. Dopo aver visitato Borobudur, il più grande tempio buddista del mondo, decidiamo di partire per un posto più isolato, i 2400 metri del Vulcano Bromo, in onore di Brahma, il creatore di tutte le cose nell’Induismo.

Il Bromo è in piena attività dal 2010 e si trova in un parco nazionale, all’interno di un’immensa caldera: una distesa nera e piatta di sabbia lavica che ricorda tanto le immagini della Luna. Il minuscolo paese che si trova proprio sull’orlo della caldera, circondato e immerso nelle nuvole, diventa la nostra base per esplorare a piedi la zona. Tutti i dintorni, anche laddove ci sono pendenze impossibili, sono coltivati. La terra nera, omaggio del Bromo e delle sue ceneri, sembra perfetta per cipolle e cavoli. Ci spingiamo fino alla bocca del cratere per ammirare da vicino la voragine che sputa fumo e polvere. Sono bei giorni freschi, prima di partire e tornare al livello del mare in direzione Bali.

La traversata in battello dura solo mezz’ora, ma questo basta per farci sbarcare in un altro mondo. Sembra di avere cambiato nazione ed essere mille miglia lontani da quello in cui siamo stati immersi nelle ultime settimane. Bali ci accoglie con un verde esplosivo, le palme da cocco, gigantesche e arroganti, rendono tutto magico. Le moschee sono sparite per far posto ai templi induisti, fatti di mattoni rossi e pietra vulcanica ed adornati con ghirlande di fiori colorati. Le donne sono di nuovo libere di lasciare i capelli al vento e le anziane nei villaggi hanno il seno scoperto. La galoppata verso il centro dell’isola è un crescendo di stupore. Ci dirigiamo verso Ubud, il cuore della cultura e della tradizione balinese. La cittadina ispira fiducia e un senso di benessere nonostante sia carica di bar, ristoranti e negozi di souvenir. Ci troviamo nel periodo di bassa stagione per cui l’affollamento è quasi inesistente. Invece di una camera d’albergo, vista la convenienza e la bellezza, decidiamo di affittare una casa tipica balinese che sembra un piccolo tempio, immersa in un giardino coloratissimo. E’, senza dubbio, la migliore sistemazione di tutto questo lungo viaggio e inizia a farsi strada in noi l’idea che Bali, con i suoi colori e la sua magia, potrebbe essere la perfetta tappa finale di questi mesi a giro per l’Asia. Ci godiamo il fresco della collina con lunghe camminate fra distese di campi di riso e foresta, avvolti dalla gentilezza inaspettata di questo popolo. E, allo stesso tempo, ci godiamo la nostra casa, la sua veranda e il suo giardino. Ma, ovviamente, Bali è anche mare. Noleggiamo un motorino e andiamo alla scoperta della costa.

Le zone famose come Kuta, Legian e Semyniak sembrano basate quasi esclusivamente su cemento, lusso a buon prezzo e traffico. Ma Bali non sarebbe Bali senza le sue incredibili onde e infatti a rendere piacevole la costa sono le enclavi per surfisti. Ed è proprio in una di queste zone, ad Uluwatu, guardando stupiti le onde, le teste dei surfisti in attesa di quella giusta e il mare a perdita d’occhio che decidiamo di chiudere questo viaggio proprio a Bali.

E’ stata un’avventura meravigliosa, carica di lezioni che porteremo con noi per sempre e di imprevisti che, in un modo o nell’altro, siamo riusciti a superare, di panorami mozzafiato e di spostamenti arditi, di notti insonni e di digiuni prolungati, di alcuni comportamenti ostili, ma sopratutto di gentilezza che strappa le lacrime. Adesso, dopo oltre 40.000 Km in 10 mesi tra autobus, treni, macchine e qualche battello, dopo oltre 100 tappe in 17 nazioni, è giunta l’ora di staccare i piedi da terra, invertire la rotta e volare verso Nord-Ovest, verso casa.